Marcelle Padovani e “Les Napolitains” – Intervista di Maurizio Vitiello.

Marcelle Padovani e “Les Napolitains” – Intervista di Maurizio Vitiello.

Foto Maurizio Vitiello - Marcelle Padovani

Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde Marcelle Padovani, giornalista francese ‘intervistatrice’ accreditata di François Mitterand. Lavora in Italia per ‘Le Nouvel Observateur’. Ha scritto congiuntamente con Giovanni Falcone (‘Le juge et les hommes d’honneur’) e Leonardo Sciascia (‘La Sicile comme métaphore’) e ora ha pubblicato, per le Edizioni Atelier Henry Dougier 2014, ‘Les Napolitains’.

 

 

MV – Lei ha scritto un libro sui napoletani? Ne avvertiva il bisogno?

MP – Ne avvertivo il bisogno sì, perché bruscamente interrogata sulla mia ignoranza. L’ho detto anche all’Institut culturel, Napoli per me è stata a lungo un luogo di passaggio, i miei interessi culturali e “mafiosi”, se posso dire, si erano concentrati a lungo su Palermo. Ed è stata la sfida di un magistrato di Napoli, Giovanni Melillo, a scuotermi quando conversando con lui in margine di un convegno sulle mafie, si disse stupefatto dalla mia ignoranza in materia di camorra e mi sollecitò a interessarmi di Napoli come futuro della civiltà occidentale. Il punto di partenza fu dunque questa sfida, talmente convincente da spingermi a leggere freneticamente parecchio di quello che è stato scritto su Napoli. Non me ne pento. 

 

MV – Quale persona l’ha colpita di più, e perché?

MP – Sono più di una le persone che mi hanno colpita e che ho ritratto nel mio libro. Spero non sembrerà strano che citi però innanzitutto uno studente palestinese diventato raccoglitore di pomodori a Castel Volturno poi responsabile CGIL per gli immigrati, che ho potuto conoscere e intervistare e che mi sembra impersonare in sintesi la capacità di Napoli ad assorbire, e adottare lo straniero, l’estraneo, il diverso, trasformandolo in un’autentico Napoletano. Perché Jamal Qaddorah – questo è il nome di questo ormai cinquantenne sindacalista, che vive a Napoli e ha sposato una Napoletana – è a pieno titolo un figlio del golfo e del Vesuvio. Confermando che napoletano si nasce, ma anche si diventa.

 

MV – Pensa di aver conosciuto tutte le sfaccettature dei napoletani?

MP – Alcune sì. Ma soprattutto ho toccato col dito la straordinaria capacità dei Napoletani a trasformare la sofferenza in cultura, ad assimilare le culture altrui e riproporle con un senso acuto della contaminazione creativa, e a tracciare delle linee di comunicazione fra sacro e profano, miracolo e ragione, legale e illegale. Un certo senso del relativismo dei concetti fa parte del capitale mentale dei Napoletani. Ho incontrato in questa città la sintesi felice di tutto quanto popola l’inconscio (e il conscio) di noi Occidentali. Mi sono soffermata nel mio libro anche sull’uso che i Napoletani fanno della maschera, perché ho capito che la maschera ha questa caratteristica di dare un’identità certa, facilmente riconoscibile e rispettabile, a chiunque voglia comunicare col mondo. E sopravvivere con dignità.

 

MV – Ci sarà risoluzione dei problemi?

MP – La risoluzione dei problemi napoletani? Quali? Quelli dello Stato carente o evanescente? Dello Stato sbagliato? Dell’economia in affanno? Dell’uguaglianza? Della corruzione e della Camorra? Del risanamento urbanistico? I nodi sono tanti, e penso sia meglio chiedere a chi lavora nelle istituzioni una chiave risolutiva. Se esiste. Io posso soltanto porre la mia fiducia nel senso acuto del relativismo tipico dei Napoletani, nella loro capacità irrisoria e profondamente “umana” a guardare al presente e a riflettere sul passato.

 

MV – Come far dialogare le eccellenze napoletane?

MP – Il non dialogo, il rimanere delle monadi non comunicanti, dei comparti- stagno dal funzionamento parallelo che non si incrociano mai, è il problema numero uno di Napoli, quello che blocca l’evoluzione complessiva della società, perché se ci fosse dialogo fra i vari virtuosi, i vari riformatori, i vari impegnati, i Napoletani riuscirebbero a fare la rivoluzione. Quella vera.

 

MV – Verrebbe a vivere a Napoli? Potrebbe essere il suo ombelico culturale?

MP – Ho vissuta qualche mese a Napoli per le interviste del mio libro, ci torno spesso e ci tornerò ancora di più in futuro. Napoli è ormai la mia bussola e la mia guida culturale. Per cercare di capire qualcosa del mondo. Per imparare a relativizzare i quesiti cruciali delle nostre vite, a guardare alla morte per esempio più come fine della sofferenza di vivere che come una tragedia. Cosa quest’ultima nella quale i Napoletani sono dei maestri incontestabili.