Il cambiamento delle relazioni umane e delle emozioni nella prospettiva delle neuroscienze

Il cambiamento delle relazioni umane e delle emozioni nella prospettiva delle neuroscienze

di Maria Giovanna Tropiano

Neuroscienze

Ci troviamo in un momento di cambiamento epocale, in cui vi è la necessità di adattarsi ad una nuova normalità.

Stiamo vivendo in un tempo in cui ci aspettiamo che accadano grandi cose, che avvengano grandi cambiamenti nel mondo e nelle nostre vite. Ci sono diversi livelli di mutamento che emergono intorno a noi.

Nuove regole stanno determinando il modo di lavorare, di perseguire la carriera, il collasso delle economie, il prezzo crescente del petrolio e persino i cambiamenti climatici.

Le tradizioni del passato scivolano via ed emergono nuovi costumi. Lo scontro del nuovo contro il vecchio evidenzia una crisi ancora più grande e silenziosa, la più estesa del nostro tempo, una crisi di pensiero, il quale è la chiave per affrontare le urgenze incombenti. Siamo chiamati a cambiare radicalmente il modo di pensare a noi stessi, alle nostre emozioni, alle nostre relazioni con il mondo.

Cambiare la “forma mentis” vuol dire anche mutare la reazione alle nostre e alle altrui emozioni.

Tra crisi economica e ritmi  frenetici di vita, siamo travolti da sentimenti e gesti di ostilità e di rabbia. La rabbia è un’emozione primitiva, accade in rapporto ad una situazione esterna e per questo assume un ruolo sociale. Essa non è solo un’espressione negativa come risposta ad una minaccia, ad una frustrazione, ma ha anche una funzione positiva poiché aiuta a combattere per la nostra sicurezza, ci rifornisce di energia emotiva e fisica per risolvere un problema, per far valere le proprie ragioni, per negoziare i propri bisogni.

In una società come la nostra, dove la rabbia si manifesta in diverse forme, l’individuo è chiamato a riconoscere l’emozione provata restandoci in contatto, a trasformarla in un agire creativo da riversare in modo gratificante nelle proprie relazioni.

L’essere umano ha una facoltà che lo distingue dagli animali: l’intelligere, il leggere dentro se stesso. Questo intelligere si manifesta in “intelligenza astratta” (capacità di comprendere i simboli verbali e matematici), “intelligenza concreta” (capacità di comprendere la natura degli oggetti e maneggiarli), “intelligenza sociale” (capacità di comprendere le persone e relazionarsi a loro). Quest’ultimo aspetto dell’intelligenza umana, costituisce l’ambito in cui si esprime l’emotività dell’uomo.

Semplice da dirsi ma e impegnativo da attuarsi!

L’attuazione richiede innanzitutto il riconoscimento delle emozioni (consapevolezza emotiva), perché solo ciò che riconosciamo può essere gestito e trasformato. Con le emozioni comunichiamo le nostre intenzioni con più intensità di quanto possiamo con le parole. Imparare a riconoscere, esprimere e gestire la rabbia è, dunque, il primo passo per riconoscere che l’emozione dell’Altro è anche la mia emozione.

La facoltà psichica superiore che permette di gestire l’emozione rabbia è il pensiero. Pertanto, l’”intelligenza emotiva” va intesa come la capacità di usare le risorse mentali superiori per gestire le emozioni. L’emozione “rabbia” ci avvisa che qualcuno ci sta facendo del male, che i nostri diritti vengono violati, che i nostri bisogni o desideri non sono adeguatamente soddisfatti, o, più semplicemente, che qualcosa non va.

Non l’abbiamo appreso, nessuno ce l’ha insegnato, ma possiamo comunque individuare le caratteristiche e l’origine della rabbia per poterla gestire e trasformare in una forza costruttiva. Tale capacità come risposta adeguata all’ambiente in cui viviamo, diviene la chiave per la conquista di una maggiore indipendenza a livello emotivo.

La nostra società in tempo di crisi economica e morale si è trasformata in una “società della rabbia”, in cui le emozioni si manifestano in modo distruttivo e malsano per le relazioni umane. Ed ecco che la rabbia si traduce in collera, in odio verso l’altro: la persona cara, il partner, il figlio, il genitore, lo straniero dal quale molto spesso ci si sente minacciati.

Come sosteneva Aristotele nella sua “Etica Nicomachea”: “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, nel grado giusto, al momento giusto, per lo scopo giusto, e nel modo giusto. Questo non è nelle possibilità di chiunque, e non è facile”.

Il concetto di collera come emozione da dominare con la ragione è stato sempre sostenuto nei secoli. Una volta contattata, sperimentata, percepita, la rabbia va gestita con il pensiero, con la ragione, attraverso una comunicazione consapevole, rivolta all’ascolto, all’essere presenti a se stessi e all’Altro.

Un modello unificato di comunicazione tra “testa e cuore”, pensiero ed emozione, che produca comprensione e riduca al minimo i conflitti. Una “forma mentis” che se adottata cambia le relazioni e i rapporti tra gli uomini.

Gli studi effettuati da John e Beatrice Lacey, hanno evidenziato che l’uomo ha nel cuore un 2° cervello completo di circuito neurale che produce effetti sullo stesso cervello, influenzando il comportamento della persona. Cuore e cervello comunicano attraverso il sistema nervoso. Il cuore possiede un proprio sistema nervoso indipendente, in grado di elaborare le informazioni in modo autonomo.

I neuroscienziati hanno scoperto che quando il cuore si trova in forme di coerenza esistenziale, manda un segnale al cervello che riduce la produzione di cortisolo (ormone dello stress) e aumenta il DHEA (dedroediendosterone), ormone che produce effetti antietà sul corpo, capace di donare chiarezza, lucidità, flessibilità e apertura mentale. Un ormone che provoca quello che viene definito lo “stato ottimale”, in cui gli esseri umani diventano maggiormente capaci di gestire i propri stati emotivi, hanno più creatività e aumentano il Q. E. (quoziente emozionale).

Mentre il Q.I. (Quoziente Intellettivo) misura le capacità mentali, il Q.E. (Quoziente Emozionale) misura la capacità di collegare informazioni, la capacità di prendere decisioni, di fare scelte, rivelandosi più importante del Q.I.

Nella prospettiva neuroscientifica, le crisi diventano opportunità per cambiare pensiero e le menti. Il mutamento va riconosciuto partendo dal riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, perché solo ciò che riconosciamo può essere gestito attraverso il circuito bidirezionale che va dal cuore al cervello e dal cervello al cuore. Soltanto con questo tipo di conoscenza e consapevolezza l’uomo può vivere le crisi come opportunità di crescita e di cambiamento.

Maria Giovanna Tropiano