BREVE STORIA DI MOBBING

BREVE STORIA DI MOBBING

 di MARIA GRAZIA DE VIVO

Analizzando questa mia esperienza lavorativa, posso affermare di essere stata vittima di mobbing.

Tutto è iniziato il 28/12/2015, quando ho intrapreso la mia attività come segretaria presso uno studio di “Consulenza del lavoro” di Sarno, il mio paese. Aggiungo che tale attività è a conduzione familiare e che i titolari non prediligono stipulare formali contratti di lavoro per i dipendenti.

I datori di lavoro inizialmente si sono mostrati disponibili, ma dopo qualche mese hanno iniziato a svalutarmi e a criticarmi in modo distruttivo, producendo in me un senso di insicurezza, ansia ed insonnia. Ho accettato per un determinato periodo  i comportamenti negativi dei titolari a causa delle ristrettezze economiche in cui verso.

La mattina del 01/09/16 apro come sempre l’ufficio e di lì a poco squilla il citofono, al cui capo vi è una ragazza che chiedeva dei titolari. La faccio accomodare in sala di attesa dove rimane per circa quindici minuti, avvisandomi che sarebbe passata l’indomani a causa di un altro appuntamento.

Dopo poco giunge la titolare, la quale si chiude nel suo ufficio dove riceve la telefonata di una parente della ragazza andata via. All’improvviso la titolare spalanca la porta del suo ufficio inveendo contro me e aggredendomi verbalmente, sostenendo che avrei dovuta avvisarla, e che, inoltre, non era tenuta a dare spiegazioni ad una “semplice” segretaria.

Al che la mia reazione è stata risponderle per le rime, con conseguente invito da parte della titolare di abbandonare l’ufficio per comportamento irriguardoso, accompagnato dalla minaccia di non corrispondermi neanche gli emolumenti maturati fino a quel momento.

Tutto ciò ha avuto ripercussioni su me e la mia famiglia.

Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob”, che significa “assediare”, “attaccare”.
In ambito lavorativo, indica quelle pratiche vessatorie, aggressive e persecutorie, più o meno gravi,poste dal datore di lavoro e/o dai colleghi (mobber) nei confronti di un lavoratore (mobbizzato).

Secondo i giudici, il mobbing si configura quando il datore di lavoro e/o i suoi colleghi pongono in essere nei confronti del lavoratore: “Una serie di comportamenti ostili, reiterati e protratti nel tempo, volti a realizzare forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica nei confronti del lavoratore, con conseguente mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e del complesso della sua personalità”. (Cons. Stato, sent. n. 14/2012.).

Il mobber collassa la vittima per espellerla, spesso utilizza la catastrofe emotiva per renderla inoffensiva, disponibile, malleabile o per fagocitarla, isolandola dal gruppo. Spesso colpisce lentamente per uccidere, lavora ai fianchi l’avversario in vista della sua resa o del k.o.

A seconda del soggetto che pone in essere il mobbing questo si distingue in: A) mobbing verticale (o bossing), perpetrato dal datore di lavoro o dai superiori nei confronti del dipendente, attraverso lo sfruttamento della propria posizione di superiorità, non solo economica; B) mobbing orizzontale, praticato dai colleghi di pari grado gerarchico; C) mobbing ascendente, praticato dai dipendenti che si coalizzano contro il datore di lavoro o i superiori, attraverso attacchi di ribellione eccessivi non sorretti da adeguate motivazioni e conseguenti danni, economici e non, all’organizzazione.

Esiste, anche un mobbing di sistema, che si realizza in cui il rapporto fra l’una e l’altra parte sia caratterizzato da precarietà. Vi è, poi, un ulteriore livello, che è quello del mobbizzato inconsapevole.

Per comprendere il viaggio nel mobbing (in italiano, molestie morali) occorre affidarsi alla Sociologia del lavoro, una goccia di umanesimo nel mare minaccioso e vastissimo del mercato, un segnale di civiltà e dignità. Un lavoro popolato sempre meno di persone e sempre più di risorse umane.

MARIA GRAZIA DE VIVO