GUIDO DORSO RICORDATO DA NICOLA SQUITIERI

GUIDO DORSO RICORDATO DA NICOLA SQUITIERI

guido-dorso

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo quest’eccellente intervento sul grande irpino del giornalista Nicola Squitieri, presidente dell’associazione Guido Dorso.

Attualità del messaggio politico e morale di Guido Dorso a 70 anni dalla morte

(4 gennaio 1947 – 5 gennaio 2017)

di Nicola Squitieri *

 

Vorrei iniziare questa mia  testimonianza a ricordo di Guido Dorso, a 70 anni dalla morte, citando uno dei pensieri più significativi del grande meridionalista irpino:

«Occorre un’elite anche poco numerosa – scriveva Dorso – ma che abbia idee chiare e sia spietata nella sua funzione critica. E’ finito il tempo dell’apostolato individuale, e i Fortunato, i Salvemini, i De Viti-De Marco possono tenersi paghi del primo lavoro di aratura, compiuto tra la indifferenza universale, in epoche così tristi che il cuore si riempie di sgomento. Se il Mezzogiorno, in un supremo sforzo creativo, organizzerà questa minuscola élite senza paura e senza pietà, la lotta potrà essere lunga, ma l’esito non sarà dubbio, poiché tutta la storia italiana non è altro che il capolavoro di piccoli nuclei che hanno sempre pensato ed agito per le folli assenti.  Ma se la gioventù meridionale – questa mirabile gioventù così assetata di giustizia e di verità  – non sentirà il pungolo della resurrezione e riprenderà triste e scorata, la dolorosa via dei piccoli impieghi e della dedizione allo Stato accentratore, allora anche i pochi semi che sono nati per caso sull’arido terreno del Mezzogiorno saranno sommersi, e nuovi sistemi di compressione e di sfruttamento risorgeranno dalle ceneri ove ora sembrano sepolti».

Con questa realistica immagine sulla situazione del Mezzogiorno nel secondo dopoguerra  tratta dalla prefazione alla seconda edizione de «La rivoluzione meridionale», Guido Dorso, storico, politico e studioso avellinese, esprimeva tutte le sue più vive speranze per il tanto agognato riscatto delle genti del Sud.

Il messaggio politico e morale di Guido Dorso, rimane in parte ancora oggi attuale – anche a distanza di 70 anni dalla morte – e le sue opere offrono una vasta gamma di motivi critici tuttora validi e stimolanti.  Per meglio comprendere il pensiero e l’opera del Dorso ci sembra necessario inquadrare i momenti della sua vita che abbracciano quel primo cinquantennio del Novecento così intenso di vicende politiche e sociali per il nostro Paese.

Guido Dorso nasce ad Avellino il 30 maggio 1892. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università di Napoli, esercita l’avvocatura ed inizia la sua collaborazione a giornali locali. Lo scoppio della prima guerra mondiale lo trova interventista, con la ‘speranza che il conflitto possa portare rivoluzionarie conseguenze per il Paese e per il Mezzogiorno in particolare’. Inizia in questo periodo il grande progetto di Dorso per il riscatto del Sud che lo accompagnerà come fede salda e profonda per tutto l’arco della sua esistenza. Ritornato dalla guerra, cui aveva partecipato come ufficiale di fanteria, Dorso riprende la sua attività professionale e ad Avellino fonda nel 1923 il « Corriere dell’ Irpinia ». Gli articoli di Dorso, in aspra polemica col Fascismo, vengono molto apprezzati da Piero Gobetti, che nel giugno del ‘23 lo invita a collaborare a  «Rivoluzione liberale». Gran parte di questi scritti sono raccolti da Dorso nel volume «Rivoluzione meridionale» che vede la luce nel luglio del ‘25.  L’opera ha poche e brevi recensioni sulla stampa di sinistra, tra cui una di Carlo Rosselli, ma moltissime sono le lettere di compiacimento che giungono a Dorso da ogni parte d’Italia. Da ricordare il vivo apprezzamento espresso da Giustino Fortunato – il rappresentante più autorevole della generazione conservatrice – nei confronti di Dorso come pensatore e come scrittore. Notevoli sono anche le recensioni di Luigi Sturzo e di Antonio Gramsci, che mostrarono d’intendere il valore dell’opera. Dal ‘25 al ‘38 accanto all’attività professionale, Dorso continua a studiare, nonostante le sue precarie condizioni fìsiche ed una profonda depressione, derivata da una grande sfiducia nel trovare il Paese impotente a ricercare un dialogo democratico che potesse assicurare la formazione di una nuova, moderna classe dirigente.

L’adesione al Partito d’Azione è accompagnata da tutti i suoi dubbi e le sue riserve per la questione meridionale. Nel dicembre del ’44 partecipa a Bari ad un convegno sul Mezzogiorno promosso dal partito d’Azione e dallo stesso Dorso che interviene ai lavori con un saggio sulla classe dirigente meridionale. Liberata Roma, Dorso dirige nel ‘45 a NapoliL’Azione per circa un anno, pubblicando alcuni tra i suoi più significativi articoli che più tardi vengono da lui stesso raccolti col titolo «L’occasione storica».

Dimessosi fin dal dicembre del ‘45 dal Partito d’Azione, rifiuta alcuni incarichi e capeggia una formazione politica composta da amici pugliesi, che non ha successo. Dopo la battaglia per le elezioni del 2 giugno, che fu l’ultima lotta politica, Dorso si propone di riprendere i suoi studi di critica e di teoria politica, ma purtroppo un nuovo aggravarsi delle sue condizioni di salute glielo impedisce. La morte lo colpisce il 5 gennaio del ‘47 nella sua Avellino. 

Uno spirito rivoluzionario, una salutare diffidenza verso ogni compromesso ed ogni transazione, una ferma fiducia nelle forze popolari meridionali sono alcuni dei motivi fondamentali del pensiero di Guido Dorso che si ritrovano costantemente in tutta la sua opera. A chi legge oggi Dorso, alcune posizioni od opinioni potranno apparire contingenti, ma sostanzialmente alcuni presupposti della sua opera sono ancora validi ed il dibattito avviato dal geniale scrittore avellinese, è ancora aperto.

Il problema meridionale per Dorso è legato essenzialmente al problema dei ceti politici. La classe dominante, al momento dell’Unità, proveniva in gran parte da quella borghesia rurale che dopo la rivoluzione napoletana del ‘48 aveva raggiunto una certa autonomia ed una notevole potenza economica.

Per conservare tali privilegi essa scelse la via della collaborazione servile con le altre minoranze che governavano il Paese dal Nord e con il potere regio. Da qui il fenomeno del trasformismo, tanto deprecato da Dorso come il male peggiore della classe politica meridionale. Le forze di avanguardia si prestavano infatti in questo modo al gioco della più stretta conservazione. O l’Italia meridionale, uscendo per sempre dalle spire del trasformismo – afferma Dorso – saprà darsi una nuova classe politica, o la sua causa sarà persa per sempre.  

Nella lunga prefazione scritta nel ‘43 alla ristampa della seconda edizione della  Rivoluzione meridionale  Dorso esprime la certezza che il Mezzogiorno abbia in sé le forze per inserirsi vittoriosamente nel moto delle grandi trasformazioni che attendono l’Italia dopo la sventura, per qualche aspetto salutare, della guerra.

E’ questa per lo scrittore avellinese la grande occasione storica che il Sud non deve assolutamente farsi sfuggire.

Spuntava così nuovamente per Dorso la speranza della costituzione di un Partito meridionale d’azione, che organizzasse le masse contadine sotto la guida di intellettuali progressisti, legati alla piccola e media borghesia produttiva.

Questa nuova classe politica meridionale – scriveva Dorso su L’Azione del 2 luglio ‘45 – dovrà razionalmente innestarsi nella grande classe politica nazionale, che abbiamo sognata negli oscuri anni del fascismo, dovrà esserne la sezione più agguerrita e più vitale, perché nelle nostre regioni, attraverso la predicazione meridionalistica, si dovrà necessariamente pervenire ad istituire per la prima volta nella sua interezza la lotta politica moderna.

Pertanto se oggi non si riesce ad immaginare la rinascita del Mezzogiorno al di fuori delle forze nazionali e si tentano nuove esperienze e nuovi programmi, il discorso è possibile in gran parte dopo gli studi e l’opera dei grandi meridionalisti –  tra cui in primissimo piano Dorso – che sentirono il problema portandolo avanti tra l’incomprensione ed il disinteresse dei più. Ricordando Dorso intendiamo infatti anche onorare tutta questa grande schiera di Uomini che pensarono ed operarono per il Sud.

Oggi il Mezzogiorno è ad una svolta decisiva, ma ancora  rimangono tristi retaggi di malcostume politico che – come all’epoca di Dorso – impoveriscono e rendono più difficile il cammino per una risoluzione globale del problema.  Ancora oggi  purtroppo nel Mezzogiorno non si riesce ad affermare una nuova classe dirigente “padrona – come sosteneva Dorso – dei termini del problema e mossa dalla passione di risolverla.”

Non sembri esagerato l’affermare che, se anche notevolmente ridotto, il nostro Sud è ancora afflitto da un trasformismo politico del tutto deleterio, che non fa altro che ritardare i tempi di attuazione di un democratico e completo riscatto di alcuni territori attraverso una seria ed impegnativa politica. Spesso si è sentito dire a torto che il Mezzogiorno non ha compiuto i progressi che si potevano lecitamente attendere dalle provvidenze legislative disposte a suo favore e dai sacrifìci finanziari sopportati dallo Stato. Ma se anche molto è stato fatto in verità ancora molto resta da fare per il Sud e non è più possibile fondare una politica per il Mezzogiorno esclusiva­mente su azioni di forze private o su isolati provvedimenti legislativi, o ancora nel naturale svolgimento del progresso nazionale, bensì in una programmazione seriamente studiata ed attuata ed in una serie di scelte nel campo dell’economia, della finanza pubblica, dell’innovazione, dell’istruzione, ecc.

Nell’approfondire quindi e nel ricordare oggi il pensiero e l’opera di un grande meridionalista, che fu sempre animato da una profonda speranza nelle nuove generazioni, occorre aprire un  nuovo grande confronto nazionale sul problema del Mezzogiorno, cercando innanzitutto di dare alla democrazia – premessa essenziale a qualsiasi discorso politico e sociale – il suo vero significato ed il suo contenuto.

Ed al di là di ogni valutazione del pensiero e dell’opera di Guido Dorso, il modo migliore per rievocarlo ci sembra anche quello di meditare attentamente sulla grande coerenza politica che accompagnò tutta la sua esistenza.

Dal suffragio universale di Salvemini, all’autonomismo regionale di Sturzo, dalla rottura del blocco agrario di Dorso all’alleanza degli operai e dei conta­dini di Gramsci; la questione meridionale presenta una sua continuità storica ed ideale che potrà essere portata avanti soltanto  da una comune azione meridionalista da parte delle forze politiche e culturali dello stesso Sud  e dell’intero Paese per un grande progetto di crescita.

Toccherà a loro  assolvere, con rinnovato vigore ed impegno, alla  missione affidata,  anche dopo un’approfondita analisi culturale del problema attraverso lo studio, la conoscenza e la critica della vasta e complessa tematica meridionalista; un impegno che da oltre 40 anni l’Associazione intitolata al nome di Guido Dorso, che ho l’onore di presiedere,  persegue con forte tenacia.

In questo spirito mi piace concludere nel ricordare che Giorgio Napolitano, nel ricevere il Premio Dorso 1998, ebbe a dichiarare: ”Dopo 50 anni c’è ancora da imparare da Guido Dorso e soprattutto occorre considerare che nello sviluppo del Mezzogiorno non ci sono soltanto le analisi economiche  ma anche i fatti di storia e di cultura.”

 

* presidente associazione “Guido Dorso”