LA PRECARIETA’ DEL “CRITERIO ANTIMAFIA”.  DALLE OSSERVAZIONI DI SCIASCIA AD OGGI

LA PRECARIETA’ DEL “CRITERIO ANTIMAFIA”. DALLE OSSERVAZIONI DI SCIASCIA AD OGGI

di Rossella Cappabianca

La precarietà del “Criterio Antimafia”, così come esplicitata nel noto e discusso articolo sui “Professionisti dell’antimafia” di Sciascia, sembra confermarsi nel tempo a causa della sua origine che rimanda inevitabilmente a degli “interessi” da tutelare ad ogni costo.

Nelle sue note, Sciascia commentava l’opera dello storico Christopher Duggan “La mafia durante il fascismo”, evidenziando il rischio che in ogni tempo e in ogni asset politico si può generare un apparato autoritario autoreferenziale restio a regole e controlli.

Qualche decennio fa nei dibattiti pubblici e nei processi penali, pronunciare la parola “mafia” non era così frequente. Il termine inizia a diventare noto con la Legge 31 maggio 1965 n.575 recante il titolo “Disposizioni contro la mafia”.

Da qui nasce il movimento antimafia, il quale è costituito non soltanto dai magistrati e dagli uomini delle forze dell’ordine, deputati a combattere come professionisti la criminalità organizzata di tipo mafioso e il suo farsi “sistema”, ma anche da associazioni e gruppi civili che cercano, attraverso dibattiti tenuti nelle scuole, nei convegni e negli incontri pubblici, di creare una “coscienza sociale” educando alla legalità.

Poi qualcosa cambia, inizia la discussione sulla “crisi dell’antimafia” in Sicilia, dell’”anticamorra” in Campania. Ci s’interroga, pertanto, su quale sia il modo corretto di perseguire la legalità, un modo che non rifletta gli interessi individualistici conseguiti “spettacolarizzando” se stessi attraverso i media, spacciandosi per pseudo-professionisti dell’antimafia.

In ottica sociologica, il fenomeno delle mafie, in quanto “fenomeno sociale”, rimanda ad un complesso sistema di “reti di relazioni” formali ed informali, che va necessariamente indagato nei suoi aspetti più profondi, al fine di contenerne le ripercussioni negative su quella parte di società definita “civile”.

Ad ogni modo, il fenomeno mafioso che va dal “micro” (relazioni interpersonali) al “macro” (variabili strutturali), si affronta solo rispettando nella quotidianità le regole più ovvie, come, ad esempio, scoraggiare i rapporti clientelari, come è di fondamentale importanza il non eludere le più comuni norme del vivere civile, il cui evitamento garantisce terreno fertile alla mafia nel suo farsi “sistema”.

Rossella Cappabianca