“I Misteri di Napoli e Parigi” al Castel dell’Ovo, Napoli

“I Misteri di Napoli e Parigi” al Castel dell’Ovo, Napoli

Venerdì 7 Luglio 2017, alle ore 17, alla “Sala delle Carceri” –  Castel dell’Ovo, sarà inaugurata l’esposizione “I Misteri di Napoli e Parigi”, con opere recenti dell’artista francese Tatiana Chafcouloff e dell’artista napoletana Maria Pia Daidone, a cura di Maurizio Vitiello.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli.

Orario: lunedì/sabato: h. 09.00/13.00 – 15.00/19.00; domenica: h. 09.00/14.00.

Sino a martedì 18 Luglio 2017.

 

 

Questa mostra è un ulteriore e sincero contributo a far riemergere il fascino, i segreti, i misteri, le rispondenze alchemiche delle due città e del sangue dei suoi martiri, ma non solo.

Emblematiche sovrapposizioni rientrano nella coscienza e creano attese.

La conoscenza suprema è data dai versanti più disparati della cultura e nell’aggregazione visiva delle chiese e dei monasteri un circuito “altro” carica e calibra potenzialità di ricerca del sublime.

Tatiana Chafcouloff e Maria Pia Daidone, su piste parallele e con diverse tecniche operative, con le proprie opere propongono respiri simbolici e rilievi misterici, anche poco conosciuti per rilevarli dall’oblio 

Tatiana Chafcouloff e Maria Pia Daidone hanno lavorato a più stretto contatto definendo delle similitudini con la sola opera comune “San Gennaro e Saint Denis: analogie”, lavoro di ampio respiro e di elevata caratura segnica e metaforica.

Le artiste come “cercatrici d’anima” riescono a rendere l’“esprit” del tempo passato, del proprio tempo e/o ad anticipare quello futuro.

Un “fil rouge” attraversa Napoli e Parigi, città universali, che i “globetrotter della civiltà” amano visitare.

Emerge oggi l’identità “glocal” per chi opera per la tutela e la valorizzazione di identità, tradizioni e realtà locali, pur all’interno dell’orizzonte della globalizzazione.

Ritrovare l’identità è un corso che può avvenire anche per vie misteriche e per vie simboliche.

Oggi, Napoli e Parigi possono essere osservate e valutate dal “flâneur”, termine reso famoso dal poeta francese decadentista Charles Pierre Baudelaire, che indica il gentiluomo che s’aggira per le vie cittadine, provando emozioni nell’osservare il paesaggio.

Walter Benjamin adottò questo concetto dell’osservatore urbano sia come strumento analitico che come stile di vita e se ne avvale come un prodotto della vita moderna e della rivoluzione industriale.

 

 

Scheda sintetica e aggiornata della mostra

“I Misteri di Napoli e Parigi.

Tatiana Chafcouloff  – Maria Pia Daidone

Opere recenti

a cura di Maurizio Vitiello

 

 

Emblematiche sovrapposizioni rientrano nella coscienza e creano attese.

Questa mostra è un  ulteriore e sincero contributo a far riemergere il fascino, i segreti, i misteri, le rispondenze alchemiche delle due città e del sangue dei suoi martiri, ma non solo.

 

 

Tatiana Chafcouloff e Maria Pia Daidone hanno lavorato a più stretto contatto definendo delle similitudini con la sola opera comune “San Gennaro e Saint Denis: analogie”, lavoro di ampio respiro e di elevata caratura segnica e simbolica.

 

 

Tatiana Chafcouloff con estrema eleganza predispone nella gestualità operativa l’uso della china. La china non cancella, non nasconde; la china “evita” gli errori; la china esalta la linea della continuità, perché non è previsto il ritorno, il ripensamento. Il “giusto” concettuale, se metabolizzato con esatta partecipazione, fa scendere, scivolare, il savio e orgoglioso appunto mentale. Il disegno spontaneo e corretto prende ritmo e quasi in una “trance” operativa, da “chinacontinuum”, viaggia spedito. Regolare su un foglio l’impatto della china è motivo eletto dell’artista, che sagoma composizioni interessanti, di calcolato rilievo e d’indubbio fascino.

Ravvede che ogni città presenta architetture per il tempo; monumenti, chiese, ponti, torri sono capisaldi dell’esoterismo e dell’alchìmia e sfidano la storia.

La “Tour Eiffel”, simbolo della moderna Parigi, forse voto d’amore per una Amélie, regge il tempo ed è entrata nella storia di Parigi.

La conoscenza suprema è data dai versanti più disparati della cultura e nell’aggregazione visiva delle chiese e dei monasteri un circuito “altro” calibra potenzialità di ricerca del sublime.

L’egregia combinazione della Chafcouloff  per la visione di “Notre-Dame”, in carboncino e china dorata, ricorda l’importanza di un luogo ecclesiastico vitale e della sua eredità.

Notre-Dame è un  luogo di grande fascino, dovuto, non soltanto, alla sua notevole architettura, ma, anche, perché nasconde segreti e informazioni sul processo alchemico, l'”Opus Magnum”. Notre-Dame è come un libro di pietra che contiene il culmine del lavoro alchemico. I lavori di Tatiana Chafcouloffseguono il processo di tale “Opera alchemica” e, quindi, nel primo “Notre-Dame et l’âme”/”Notre-Dame e l’anima”, prevale il nero (la putrefazione dove ci si svuota di tutto quello che c’è dentro) con l’uso del carboncino e con qualche elemento a china d’oro; poi, nel secondo “Notre-Dame et le corps”/”Notre-Dame e il corpo” prevale il bianco della carta con qualche taglio e linee sinuose per, poi, culminare con l’ultima opera “Notre-Dame et l’esprit”/”Notre-Dame e lo spirito”, dove prevale il rosso, espressione della parte più sottile e volatile nascosta dentro la materia.

L’opera viene completata con la proiezione sugli elaborati di una successione di immagini, che sembrano dei riflessi fantasmagorici che il fiume (la Seine) svela allo spettatore lungo “les quais” (le banchine), mentre la musica al piano scandisce le parole della poesia di Jacques Prévert “Chanson de la Seine” con la voce accattivante dell’attrice Jeanne Moreau.

Tra le sculture dei santi all’entrata di Notre-Dame ce n’è uno senza testa, è St. Denis, martire a Parigi. Secondo la leggenda il santo fu decapitato e quando la testa toccò terra il corpo la raccolse e camminò per sei km. a Montmartre reggendola in mano, lungo quella che si chiama rue des Martyrs.

L’intreccio tra la morfologia della città e la posizione delle costruzioni importanti, poste in luoghi non casuali, creano il terreno fertile a sviluppare il senso dei misteri e lo sviluppo degli intrighi …

Con “Incroci bizantini” con fondo gesso e china dettaglia i sentieri della storia.

“L’allée des cygnes” che giunge a “L’île des cygnes”, chiamata anche prima “L’île maquerelle”, è un’isola che fu utilizzata in tanti diversi modi, tra cui quello di cimitero, dove sono stati seppelliti più di diecimila gentiluomini.

È con la china rossa che questi morti riemergono dall’oblio, attraverso un intreccio di croci, che con l’accumularsi diventano un fiume, che trascina i fantasmi del passato, ma non si sa dove.

I lavori in cartapesta di Tatiana Chafcouloff  specificano versanti luciferini.

“Le double oiseau du père” che è “Il diavolo con le ali” è la rappresentazione del demonio con una figura androgina; però, per i templari è una figura divina adorata e si trova alla cima del timpano della Chiesa di Saint-Merri (detta anche la Chiesa del diavolo), dove normalmente si erige il simbolo dell’eternità. Questo lavoro è  “TEM OHP AB: Le double oiseau du père”.

“Grand rouge”/”Grande rosso” è ispirato agli uccelli a becco lungo, come il pellicano, modello dell’amore genitoriale; nel Cristianesimo è simbolo di sacrifici, di martiri e della resurrezione e si paragona l’uccello al Cristo, come redentore dei peccati. L’uccello qui è macchiato di rosso, che rappresenta il sangue, il colore sacro del sacrificio che sostituì il sangue quando il sacrificio degli animali fu abbandonato per motivi religiosi. È anche simbolo del fuoco per schiacciare i demoni e gli spiriti delle tenebre. E, qui, ritroviamo questa forte duplicità del sacro e del profano che si oppongono e al, contempo, rafforzano i messaggi importanti da passare nel tempo.

Un’altra sua opera “Origini d’oro” ci parla del mistero della nascita di Parigi (trascorsi romani e egizi) e anche della scelta simbolica della forma che racchiude i suoi segreti e motiva la determinazione geometrica dell’uovo, affiliando idealmente, così, Parigi e Napoli; molti testi alchemici e di magia dicono che “uovo” sia la definizione di “Athanor”, oggetto capace di trasformare ogni materia in metallo prezioso.

Poi, c’è un piccolo quadro a china nera e foglio d’argento su tela, chiamato “OreblA,” che raffigura un albero immerso nei riflessi delle foglie d’argento, simbolo alchemico importante, perché egli trarrà all’interno della terra le cose le più scure e nere e le porta alla luce, le trasforma e le riporta dentro la terra. È il legame tra le cose in alto e le cose sotto ed è la fonte della conoscenza. Quindi, l’albero presente in tutta la città è percepito dall’artista come un misterioso osservatore che nasconde segreti …

 

 

Maria Pia Daidone con le tre sculture “Drago giallo”, “Diavolo blu” e “Testa verde”, realizzate in cartapesta, rende immagini zoomorfe e antropomorfe in stretto collegamento con il demonio androgino della Chafcouloff, in quanto sia a Parigi e sia a Napoli sono presenti figurazioni simbolico-misteriche, spesso di significato alchemico.

La Daidone, con particolare attenzione, è andata alla scoperta di queste immagini, estrapolandole con esperienza e consapevolezza da alcune chiese napoletane, come San Domenico Maggiore con la Cappella Ronaldo Nobili e la Cappella Carafa con draghi e sirene, San Paolo Maggiore, Santa Chiara e etc. …

La Daidone riprende, poi, motivi virgiliani costituendo la serie “Virgilio per Napoli”, declinando con le opere “Mosca d’oro”, “Sanguisuga d’oro”,  “Cavallo di metallo”, “Cicala di rame”, “Vento”, “Pesce”, “Uovo filosofico”, “Il giardino magico”, “Georgica”, ”Alfabeto Magico”, “Profilo” la sostanza di alcune imprese e singolarità del poeta latino a favore di Napoli … per liberare la città dagli sciami di mosche, per eliminare fastidiose sanguisughe, per guarire cavalli infermi, per liberare la città dal brutto canto … e inquadra, così, la rete prodigiosa che fa da riscontro alla memoria del poeta-mago. Le undici opere, raffinate e preziose, intelligentemente lavorate, diventano zolle di pietra in cui sono impressi racconti di storie e di leggende.

Altri riferimenti visivi, corroborati dalla lettura delle lettere del Principe di San Severo, sottolineano con l’opera “Raimondo di Sangro e il lume eterno” un’attenzione massima nei confronti dell’esoterica Cappella Sansevero.

La Cappella, libro di pietra, e le lettere del Principe si integrano, mentre nella prima vengono indicate le tappe della via alchemica, nelle lettere viene adombrato il modo di raggiungerle.

Pare chiaro che il Principe e i suoi seguaci avessero come fine la possibilità di dare un senso alla Vita, e che tale senso si può dare solo superando il limite estremo della vita umana.

La serie “Valigie della Memoria” è un altro momento che l’artista ha voluto evidenziare. Le sei valigette di legno, quando sono aperte, inquadrano raffigurazioni simboliche di santi, il cui sangue si scioglie come il più famoso San Gennaro. Le sei piccole “edicole votive”, illuminate da soffusi punti-luci, rendono le opere cariche di misticismo e religiosità.

Nella “Valigia del Ricordo”, invece, l’artista, seguendo il filo dei suoi ricordi infantili, racconta l’esistenza di piccole nicchie scavate in molti palazzi del centro storico, illuminate debolmente, in cui troneggiavano piccoli busti immersi nel rosso con fiammelle sul capo e rappresentavano le “anime del purgatorio”.

Riesce, quindi, a smistare una rinnovata attenzione sul mondo dell’aldilà, che si replica nelle edicole votive, che contrassegnano e imprimono una religiosità corrente marcando il senso di una comunità nella sponda della “street corner society”.

Inoltre, la Daidone ha realizzato un’opera particolare e icasticamente preziosa, intitolata il “Mantello”.

Ha protagonista il rame, per la duttilità e le valenze simboliche; il rame antico metallo usato da sempre risulta simbolo di un’energia vivificante, che pervade ogni ciclicità.

Baleni infiammano la dimensione spirituale e fondono in un sapiente gioco increspate tensioni, tra passato e presente. Una dimensione simbolica e metaforica del femminile si salda legando mitologia e contemporaneità.

Le metabolizzate, significative, leggère tessere di rame s’interpolano come elementi preziosi, perché segnico-simbolici di interpretazione e di comunicazione sociale.

La “texture” di ogni riquadro ramato è un sottile ricalco arricciato, increspato, mosso, sbalzato, ondulato su cui scivolano motivi ritmati e strette pressioni, mentre i bordi si solleticano e si sfiorano, limitati e ristretti, in una raffinata disposizione, che assicura una maglia, abbigliata lusinga, o un accurato mantello, appropriato richiamo per un fantasmatico corpo.

Il mantello di tessere di rame, qui in scena, dopo essere stato nella “Sala del Trono” alla Reggia di Caserta, a marzo 2017, sembrerebbe tendere verso la pronuncia di un’overdose estetica, ma, a ben guardare, risulta, poi, essere cortina di un’essenza calamitante, dall’indubbio influsso e fascino pervasivo, che prende l’animo e la mente in modo completo.

 

 

Un “fil rouge” attraversa Napoli e Parigi, città universali, che i “globetrotter della civiltà” amano visitare.

Emerge oggi l’identità glocal per chi opera per la tutela e la valorizzazione di identità, tradizioni e realtà locali, pur all’interno dell’orizzonte della globalizzazione.

Ritrovare l’identità è un corso che può avvenire anche per vie misteriche.

Oggi Napoli e Parigi possono essere osservate e valutate dal flâneur, termine reso famoso dal poeta francese decadentista Charles Pierre Baudelaire, che indica il gentiluomo che vaga per le vie cittadine, provando emozioni nell’osservare il paesaggio.

Walter Benjamin adottò questo concetto dell’osservatore urbano sia come strumento analitico che come stile di vita e se ne avvale come un prodotto della vita moderna e della rivoluzione industriale.

 

 

In conclusione, due utili riferimenti:

“Parigi è come un oceano. Gettateci una sonda e non ne conoscerete mai la profondità” (Honoré de Balzac).

Quando Cocteau arriva a Napoli, nel 1917, scrive a Picasso per invitarlo a raggiungerlo, ma il pittore risponde: “Sto bene a Roma, e poi c’è il Papa”, immediata parte la replica del poeta all’amico pittore: “Sì è vero, a Roma c’è il Papa, ma a Napoli c’è Dio”.

Scorrono Napoli e Parigi nelle vene del mondo.

 

 

Maurizio Vitiello

PS/NOTA BENE:

www.tatianachafcouloff.com

www.mariapiadaidone.it