Hanakotoba. Il linguaggio dei fiori nella terra del Sol Levante

Hanakotoba. Il linguaggio dei fiori nella terra del Sol Levante

di Sabrina Gatti

Delicato come un ala di farfalla, effimero come un soffio di vento, ed apparentemente frivolo passatempo di romantiche dame vittoriane, il linguaggio dei fiori, o Florigrafia, può al contrario essere ritenuta una vera e propria forma di comunicazione non verbale, sviluppatasi nel tempo accanto alla cultura d’appartenenza.

Non solo in occidente, ma nelle culture dei quattro angoli del globo, da sempre, a fiori e piante sono stati attribuiti significati, positivi o negativi, e collegate emozioni e sentimenti umani. Tutte le popolazioni, ciascuno, secondo, la propria sensibilità, dalla terra del sol cadente a quella dove il sole nasce ogni mattina.
Stiamo quindi parlando del Giappone, e della Florigrafia vista attraverso l’anima di quella terra o meglio de l’ ‘’Hanakotoba’’ (花言葉), ossia ‘’il linguaggio dei fiori ’’ in lingua nipponica.

La natura è da sempre, attraverso la religione buddista, un’importante componente della cultura giapponese, e quindi naturale che i fiori, ciascuno portatore del suo messaggio segreto, siano legati indissolubilmente ad ogni aspetto della vita e della sensibilità della terra del Sol Levante. Non solo attraverso l’arte, compresa quella degli ‘’Irezumi’’ (入れ墨 o 入墨) i tradizionali tatuaggi giapponesi, parte integrante da 5 millenni della cultura nipponica, i quali sono strettamente legati ai fiori ed ai loro significati, usati per esprimere concetti e sentimenti umani.

Vari sono i fiori ed i messaggi ad essi collegati rappresentati con quest’arte come il sakura, il fiore di ciliegio, legato in maniera profonda alla figura del samurai, che identifica la brevità della sua esistenza con quella del fiore considerato simbolo della caducità della vita umana e delle cose terrene, oppure il loto, la camelia o la peonia, un fiore non originario , ma proveniente dalla Cina, divenuto così apprezzato da essere ritenuto il re dei fiori, portatore di fortuna, e ricchezza, simbolo d’onore, audacia e coraggio.

Nell’arte, ma anche in tutti gli aspetti della quotidianità, dai più semplici, come ad esempio nell’abito tradizionale, il kimono (着物), dove solitamente sono presenti fiori ad indicare lo status sociale della persona che lo indossa o per determinate occasioni, fino a quelli più formali ed inaspettati, come la presenza di immagini floreali persino nei sigilli governativi e nei documenti legali più importanti.

La sensibilità, e la spiritualità sono le due componenti insite nella cultura nipponica che si traducono in questo stretto legame tra la natura e la vita stessa, la cui manifestazione più chiara è anche una delle espressioni artistiche giapponesi più alte e famose : l’’ Ikebana (生け花 o いけばな).

Conosciuta anticamente come kadō (華道 o 花道), ovvero “via dei fiori”, riferito secondo i principi della filosofia zen quale mezzo di elevazione spirituale, l’ikebana ,nonostante sia un arte che si dedica alla disposizione di fiori recisi, la traduzione letterale del suo nome è “fiori viventi” , espressione perfetta proprio di questo legame speciale ed inscindibile. La natura e la mente di chi compone l’opera, la bellezza di entrambe unite per creare non solo una composizione, ma un vero e proprio messaggio leggibile attraverso la disposizione dei fiori.

‘’La via dei fiori ’’, ha origini antiche, ma esse non vanno nel sui nucleo primigenio ricercate in terra nipponica, ma in India e in Cina, anche se è nella religione e nell’arte del Sol Levante che ha potuto svilupparsi dal suo ruolo originario di offerta agli dei, in un’arte tanto elegante e complessa.

E’ nel VI sec. d.C. che possiamo ritrovare le sue più profonde origini, nell’epoca in cui attraverso la Corea e la Cina il buddismo giunse in Giappone, portando con sé l’antica usanza delle offerte floreali votive.
All’origine e per molto tempo, si trattò di un’espressione artistica praticata soltanto dalle classi più elevate socialmente, ovvero dai monaci e dall’aristocrazia, la sua diffusione presso tutte le classi sociali, avvenne solo molto più tardi, venendo conosciuta con il nome di Ikebana.

Nel corso del tempo furono vari gli stili adottati, il primo, il Rikka, che prevedeva sette elementi nella sua composizione, cioè tre rami principali e quattro secondari, un secondo stile, elaborato successivamente, il Nageire, ed un terzo il Seika, che traeva ispirazione dai due precedenti, configurandosi più semplice del primo e meno rigido del secondo. Il passo successivo, in epoca moderna, fu l’adozione, da parte di ogni singola scuola, di uno stile proprio, con l’inserimento di vari elementi naturali oltre a rami secchi e sassi, e l’utilizzo di vasi bassi.

Il termine Ikebana trae la sua origine dalla parola giapponese ‘’ikeru’’, traducibile con “vivere”, “tenere in vita” oppure “organizzare fiori”, poiché in lingua nipponica, la parola per indicare il termine fiore è ‘’Hana’’,ed è questo il momento in cui entra in gioco l’’ Hanakotoba’’ ovvero il linguaggio dei fiori.

L’arte dell’ikebana è delicata e complessa ed ogni praticante impiega anni ad apprenderla e ad imparare il significato che dietro ogni fiore si nasconde ed ogni possibile combinazione tra di essi per creare, come in un testo scritto un vero e proprio messaggio, una poesia o addirittura una storia raccontata unicamente con la delicata leggiadria di petali colorati come lettere segrete e silenziose.

Anche se l’era moderna ha molto cambiato i costumi della gente, in oriente come in occidente, l’Hanakotoba, non ha perso la sua importanza, poiché consente, con discrezione, e delicatezza , di comunicare al destinatario, come in una sorta di codice, trasmettendo quelle emozioni, o i sentimenti più segreti, quelli che non si riuscirebbe, mai, ad esprimere con la scrittura o attraverso la voce.

Sabrina Gatti