FIDEL CASTRO: riflessioni a freddo a un anno dalla morte

FIDEL CASTRO: riflessioni a freddo a un anno dalla morte

DI DOMENICO CONDURRO

Hasta (solo) la revolucion… siempre!

Il lìder maximo nasce e si afferma prima di tutto come rivoluzionario, diventando ben presto un’icona del comunismo. Palesemente riverito dai potenti di tutta la Terra, amante del suo popolo, si costruisce un’immagine leggendaria con dei simboli perennemente ben esibiti: il sigaro, la lunga e folta barba, il berretto, gli stivali, solo parte terminale della divisa militare sfoggiata in ogni occasione, quasi come una seconda pelle.

Il suo mito si erige nell’epoca in cui la “sinistra internazionale”, delusa dal fallimento del comunismo sovietico, cercava surrogati, alternative se non credibili, quantomeno desiderabili, e l’isola di Fìdel con il suo profondo e sensuale esotismo e il folclore dei suoi abitanti ben si prestava quale culla ideale di tale sogno romantico e rivoluzionario.

Il mito e l’utopia di Che Guevara, almeno nella fase iniziale dell’ascesa di Fìdel, rafforzavano ed esaltavano la crescita del consenso emozionale che il lìder maximo e Cuba stavano cavalcando, grazie anche al contemporaneo innesto delle passioni giovanili di molti sessantottini e rivoluzionari di tutto il pianeta. L’alcol e i sigari Avana completavano questo mix rendendolo un cocktail estremamente inebriante ed eccitante.

La prova di forza e l’affermazione gloriosa del combattente, del ribelle, Fìdel la conquista con la resistenza agli Stati Uniti, con il sogno nazional-popolare di un paese autonomo rispetto a un impero, il più potente di sempre, che lo fa porre come faro e modello per i popoli dell’America Latina che rifiutavano la colonizzazione (l’Argentina di Peron, il Venezuela di Chavez e in generale tutti i popoli oppressi del mondo).

Una volta caduto il comunismo, la figura ormai iconica di Fìdel rimane ad incarnare il mito di un Capo che ha suscitato il nazionalismo popolare, anche grazie alla strenua resistenza al durissimo embargo subito. Ma quel cocktail esotico e sensuale inebriava i sensi e quindi deformava la realtà, quella di un paese povero e represso, che tale rimane col suo lìder in sella, che non riuscì a risollevare le sue sorti, che dopo la definitiva affermazione dell’ex ribelle, ormai dittatore, vedeva molti dissidenti andare in galera solo perché ritenuti “potenzialmente pericolosi”, molti torturati, anche solo perché gay (con le organizzazioni umanitarie che volgevano lo sguardo altrove), tanti che fuggirono (e oggi ancora esultano per la sua morte), quasi compatiti dai radical chic d’occidente.

Con Fidel assoluto monarca di Cuba si affermano con decisione il mercato nero e il cibo razionato, i divieti più biechi (Internet per esempio) e tutte le orribili manifestazioni contro la libertà personale, di quel comunismo fondato, così come in ogni luogo della terra, sull’apparato di estremo controllo poliziesco, che stringe le sue tenaglie anche sui poveri Cubani. Una volta riposti i panni del rivoluzionario, ma giammai quelli del militare, divenuto tiranno, Castro perpetua il regime comunista per via dinastica, perseverando nel più scontato e arido familismo dittatoriale, come una qualsiasi monarchia, lasciando al fratello minore il compito di continuare il regime, mostrando la solita faccia ostile alla democrazia e quindi la totale e più profonda avversione verso il popolo, il suo amato pueblo.

Il comunismo nasceva per liberare gli oppressi, e negli anni ‘60 Fìdel incarna ben oltre le aspettative mondiali il mito della liberazione popolare, con Cuba che diviene la “terra promessa” dei militanti della rivoluzione. Nessuno ha goduto di tanta buona fama mediatica e di vera e propria benevolenza internazionale nel corso di così tanti anni (finanche alcuni pontefici lo hanno incontrato con fare amichevole), non certo per l’ideologia marxista-leninista di cui si sarebbe dovuto far portavoce.

In oltre 50 anni di dittatura e col potere assoluto nelle mani, Castro ha reso la sua Cuba molto vicina all’idea che a tutti (o quasi) viene in mente quando la si nomina: il paradiso della liberazione sessuale, la meta degli “attivisti dell’eros” (soprattutto occidentali e per giunta “capitalisti”). Ormai si assiste a una specie di rivoluzione socialmente molto più soft, quella turistico-sessuale.

Avrebbe dovuto attaccare il capitale e le oligarchie privilegiate, difendere i poveri e i proletari già duramente provati dalla precedente dittatura militare, tentare quantomeno di creare equità sociale e giustizia economica, avrebbe dovuto continuare a combattere per degli ideali, per il suo popolo, avrebbe dovuto garantirne l’indipendenza, la libertà, impostare le basi delle condizioni di partenza di una società civile e quindi democratica, ha finito solo per essere il successore di un altro dittatore di cui aveva preso il posto, certo più venerabile e leggendario ma altrettanto banale e prevedibile. Il suo soprannome, a questo punto è tiranno “maximo” non certo il lìder.

La metafora di una forte idea sociale che libera gli oppressi ben si sposa al rivoluzionario che scatena profondo fervore ma un dittatore resterà sempre e solo un oppressore. E non potrà mai avere il totale favore.

DOMENICO CONDURRO