Intervista al Presidente ANS Campania Sposito sul fenomeno delle “baby gang”

Intervista al Presidente ANS Campania Sposito sul fenomeno delle “baby gang”

Intervista del 20 gennaio 2018 tratta da “Vesuvio Live” effettuata da Salvatore Russo

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/232491-baby-gang-sociologo-sposito-compensano-senso-dinferiorita-rabbia-aggressivita/

Baby gang, il sociologo Sposito: Compensano senso di inferiorità con rabbia e aggressività”

Impotenti. E’ lo stato in cui cittadini e Stato vivono il fenomeno delle baby gang che nelle ultime settimane sta facendo registrare impennate preoccupanti. Da Nord a Sud, senza alcuna differenza. Adolescenti che sfogano le personali frustrazioni in branco, terrorizzando malcapitati passanti ritenuti “deboli” e oggetto di inaudita violenza. Nella complessità del fenomeno posto sotto i riflettori per gli ultimi fatti di cronaca, il sociologo Antonio Sposito, presidente dell’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania, spiega i motivi di innesco di una piaga che sta lacerando il Paese determinando paure ed evidenziando le contraddizioni della nostra società.

Come si spiega il fenomeno delle baby gang dal punto di vista sociologico? 

La genesi strutturale delle gang giovanili è correlata alla storia delle città, dalla Roma antica, alla Chicago proibizionista, giungendo fino alla New York multiculturale.

Se sociologicamente si possono rintracciare per grandi linee dei tratti comuni alle numerose gang giovanili che dimorano in particolare nei quartieri periferici, emarginati, marginalizzati e segregati delle città, le loro caratteristiche variano secondo le epoche storiche e i contesti sociali di riferimento. È, pertanto, improbabile schematizzare un modello di gang giovanile impiegabile in tutti i casi osservati.

Se però è rintracciabile una possibile costante, essa va individuata nelle composite forme della “disuguaglianza sociale” relativa allo status socio-economico di appartenenza e all’etnia, interpretabile come subalternità materiale e simbolica che origina i cosiddetti “invisibili”, ossia, giovani senza alcuna prospettiva di futuro, i quali, di fatto, non partecipano al sistema sociale e alle norme etiche condivise dalla maggioranza della popolazione.

Sono giovani esistenti nelle zone più oscure e latenti della società che non accedono neanche al minimo previsto dalla “soglia di integrazione”, i quali associandosi in gang conformate come “subculture”, spettacolarizzano se stessi attraverso atti di violenza.

Laddove, in presenza di “variabili strutturali” (povertà, assenza di lavoro) falliscono le “variabili di processo” (rappresentate dai cosiddetti “corpi intermedi” quali famiglia, scuola, partiti politici, associazioni varie ed organizzazioni religiose), emerge la funzione sociale delle gang giovanili che consiste nell’assicurare protezione ai suoi membri e un senso di appartenenza,

Le dinamiche che caratterizzano il comportamento gruppale definito da “branco” sono attribuibili al fenomeno sociale definito in group (gruppo del “noi”) out group (gruppo degli “altri”). Nei casi oggetti di cronaca attributi alle baby gang,la società fungerebbe da “altro generalizzato” e le singole vittime individuate come membri “nemici”.

In riferimento alle norme comportamentali e ai fattori socioculturali dominanti, i membri delle baby gang – spesso affetti da deficit Super-egoico civico – “compensano” quel “complesso di inferiorità” strutturale frustrante, causato dalla loro condizione di marginalizzazione ed emarginazione producente uno stato di precarietà e incertezza esistenziale, attraverso l’espressione di rabbia e aggressività.

Le differenze individuali di personalità non spiegano l’uniformità del comportamento violento collettivo agito in gruppo. In questi giovani “devianti” non scatta l’identificazione con la vittima, il gruppo diviene, quindi, “sociopatico” nel suo insieme. Esso non ha uno scopo razionale preciso, è un gruppo emotivo che nel disperato tentativo di provare una sensazione di “potenza” e “superiorità”, attraverso la dinamica del “capro espiatorio”, colpisce le persone (in genere coetanei) ritenute “deboli”.

Appartenere a una specifica baby gang innalza l’immagine di se stessi come membri di un insieme che fornisce un “senso” alla realtà, procurando, inoltre, una “identità sociale” superiore alla percezione di sé come singolo individuo critico.

Fenomeno napoletano ma di respiro nazionale. Dove più facilmente si sviluppa? Quali sono le circostanze che lo determinano? 

Per i motivi sopra addotti, le baby gang si sviluppano più facilmente laddove il tessuto sociale italiano, in cui rientra anche quello napoletano, è disgregato, dove vi è la presenza di una maggiore anomia, ossia, di una condizione in cui i rapporti e le relazioni sociali, le norme, i valori etico-morali e culturali sono sempre più flebili, assenti o contraddittori.

Dal punto di vista fenomenologico, anche in Italia – che nel frattempo è diventata una società multiculturale, multietnica e mediamente più povera a causa della crisi economica – le gang giovanili stanno emergendo e vanno moltiplicandosi.

Le fasce di popolazione più svantaggiate che risentono del disagio socio-economico e socio-culturale rifiutano di adattarsi ai valori e alle norme dominanti. Ne consegue una “tensione strutturale” dovuta alla disorganizzazione sociale, alla dequalificazione urbana, ai deficit educativi, alla crisi della famiglia, che in Italia, anche se in via di ridefinizione funzionale, è stata, e in parte lo è ancora, una istituzione nodale. In “assenza” della famiglia per molti giovani la strada è divenuta ormai la casa e l’associarsi in “gang di pari” surroga il nucleo familiare.

A Napoli vi è anche la particolarità della Camorra, la quale attivando un “processo di socializzazione differenziale” incoraggia i comportamenti criminali devianti dei giovani, anche se non tutte le baby gang sono riconducibili al fenomeno camorristico.

Oggi esiste una forte attenzione mediatica, ma già in passato fenomeni simili (i muschilli) si verificavano. Quali sono le differenze? 

Su tale questione vi è confusione interpretativa.

I muschilli (moscerini inafferrabili da sacrificare, pusher in calzoncini corti) sono i baby-corrieri della droga. Minorenni che coadiuvano gli spacciatori non perseguibili penalmente come gli adulti, i quali li utilizzano per non correre rischi in prima persona. Per sottolineare l’importanza dell’argo-mento è necessario ricordare che trentatré anni or sono, il 22 settembre 1985, Giancarlo Siani (giornalista napoletano ucciso dalla camorra il giorno dopo) pubblicò il suo ultimo articolo che si occupava proprio dei muschilli. Il fenomeno è attualmente in diminuzione.

Gli odierni clan camorristici sempre più frammentati si combattano tra loro per controllare finanche un’unica strada. In questa frantumazione del controllo del territorio, i giovani che vogliono intraprendere una carriera criminale, compensano la mancanza di esperienza con una ferocia spietata che va spettacolarizzata, si armano, diventano gruppo, assumendo così una “identità sociale” che gli consente di conseguire riconoscimento collettivo.

Si parla di esempi negativi, penso a Gomorra, ma davvero realtà artistiche possono incidere sui comportamenti? E se sì, in che modo? 

Solo in parte è così. Ne spiego il perché.

Gli studi di “Sociologia delle comunicazioni di massa” evidenziano che non vi è una correlazione diretta tra l’esposizione a programmi come “Gomorra” e il pericolo di perpetrare atti di violenza o di diventare camorristi.

Tali programmi rafforzano più che modificare atteggiamenti e comportamenti devianti. Ovviamente è possibile che si inneschi il fenomeno dell’”imitazione”, attivando una sorta di “conformismo differenziale” che determina il senso di appartenenza ad una “subcultura” criminale. In realtà la capacità di agire i processi di selezione e filtro delle informazioni, varia a seconda dei contesti familiari, socio-relazionali, socio-culturali e del sistema dei valori.

Il problema degli effetti causati dall’esposizione ad alcuni programmi è complesso. Di fatto, non si misurano soltanto gli “effetti a breve termine” ma anche quelli a “lungo termine” o cumulativi, dati dalla cosiddetta “tematizzazione” degli argomenti, i quali nella loro serialità vengono ripetuti, ruminati e rimasticati di continuo, producendo conseguenze non soltanto sugli atteggiamenti e sui comportamenti di giovani individui ma anche sulle conoscenze, sui modelli sociali da adottare, sulle rappresentazioni del mondo.

È l’intera struttura sociale con i suoi subsistemi che viene investita dalle “comunicazioni di massa”, le quali divengono dei veri e propri “costruttori” delle realtà sociale, nonché “agenti socializzatori” che definiscono e ridefiniscono la “normalità”. L’esistenza delle “comunicazioni di massa” rappresenta la specificità storica che caratterizza la società postmoderna, in cui si sono affermati anche i new media – tra cui Internet e i Social – attraverso i quali i baby criminali esibiscono pose da duri, diffondendo, spettacolarizzando e mediatizzando il proprio Sé per ottenere riconoscimento sociale.

Quanto, invece, può incidere l’esempio positivo di famiglia, scuola, chiesa? 

Come già accennato in precedenza, la famiglia, la scuola, la Chiesa, in quanto “agenti socializzatori” e “corpi intermedi” della società, rientrano nelle “variabili di processo”, la cui funzione educativa ed autoritativa è mediare tra sistema sociale e singoli individui, facilitando l’adattamento di questi ultimi attraverso il trasferimento di valori condivisi di convivenza civile.

Di conseguenza, se nella società postmoderna altamente tecnologizzata – che ha assistito alla fine delle “grandi narrazioni” ideologiche del passato, le quali fornivano un senso collettivo all’esistenza e un’”etica sociale”, in cui è subentrata la “presentificazione del tempo” (un tempo senza più vettore che ha smarrito la direzione a scapito di un “eterno presente”), dove ciò che conta è consumare il più velocemente possibile merci ed esseri umani, di possedere a scapito di tutto e tutti – la funzione educativa della famiglia, della scuola e della Chiesa si indebolisce, esse smettono di essere punti di riferimento comunitari perdendo così credibilità e consenso come istituzioni. Affievolendo la loro rappresentatività sociale consegnano i singoli individui – soprattutto giovani – al pericolo dell’“etica-fai-da-te”.

Cosa si può fare dal punto di vista sociologico per combattere il fenomeno?

La sola repressione non è sufficiente. È necessario rinnovare il tessuto sociale innescando un processo di neo-civilizzazione, riproducendo fiducia in un futuro migliore, disattivando l’angoscia del presente, recuperando il meglio del passato, delle tradizioni.

In un momento storico in cui la “globalizzazione” economica ha accentuato l’asservimento della politica al “capitalismo finanziario” di cui è divenuta “ancilla”, al fine di ridurre le diseguaglianze, favorire l’integrazione sociale dei membri che abitano le “periferie socio-esistenziali” implementandone il livello culturale, una delle possibili soluzioni al problema delle baby gang è ridistribuire in maniera più equa il “reddito nazionale”.

Pertanto, è sempre più urgente e necessario che lo Stato italiano, per continuare a garantire un livello di vita accettabile ai propri cittadini, mitigando gli effetti devastanti causati dalla “finanziarizzazione” della società avvenuta grazie al neo-liberismo che sta cancellando il welfare state, recuperi ulteriori risorse economiche pubbliche, ottimizzando gli investimenti erogati a favore delle famiglie, della scuola, delle associazioni del “terzo settore” impegnate nel sociale.