SOCIOLOGIA DEI DISASTRI: GENOVA, IL CROLLO DEL PONTE

SOCIOLOGIA DEI DISASTRI: GENOVA, IL CROLLO DEL PONTE

di Maria Grazia De Vivo

Genova. Alle ore 12.00 di martedì 14 agosto è improvvisamente crollato il Ponte Morandi.

A sbriciolarsi è stato un pezzo del viadotto Polcevera (circa 200 metri) sulla Autostrada A10, che sopravanza la zona di Sampierdarena.

Fino a questo momento sono 39 le vittime accertate”, tra loro anche un bambino.

Tra le ipotesi vi è quella di un cedimento strutturale di una struttura mista, composta di cemento armato precompresso per l’impalcato e cemento armato ordinario per le torri e le pile. Il ponte – costruito dall’ingegnere Riccardo Morandi, inaugurato il 4 settembre 1967 dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat – ha sempre fatto discutere e negli anni è stato oggetto di manutenzioni continue e profonde.

La “sociologia dei disastri”, a tal proposito, fornisce una chiave di lettura dell’evento.

Il “disastro” è interpretabile sia come “costrutto mentale” individuale, dato dal modo di percepire gli effetti o le conseguenze di un evento rispetto al corso ordinario dell’esperienza di vita quotidiana, sia come “costruzione sociale”, in riferimento alle condizioni strutturali e culturali di una società, che possono amplificare o minimizzare l’impatto dell’evento catastrofico.

Ulrich Beck (sociologo tedesco) nel suo saggio “La società del rischio. Verso una seconda modernità” (1986), asserisce di come vi sia differenza, strettamente collegata alla percezione di rischio, tra vivere in una città “soggetta a rischio” e/o in una città “a rischio”. 

Alcune teorie, infatti, hanno posto l’attenzione sulla dimensione “oggettiva” del rischio altre su quella “soggettiva”. Di fronte ad uno stesso evento catastrofico, reale o potenziale, le percezioni individuali e collettive possono essere completamente differenti fra di loro e ciò dipende dal mix di caratteristiche socia-culturali e psicologiche individuali.

Beck sostiene che i rischi sono sempre eventi futuri che probabilmente ci attendono, da cui ci sentiamo perennemente minacciati, i quali determinano le nostre aspettative, occupano le nostre menti e guidano le nostre azioni, diventando una forza politica che cambia il mondo.

Altro fondamentale concetto della “sociologia dei disastri” è “la vulnerabilità”.

La “vulnerabilità” è data dall’interazione – in un determinato contesto spaziale – tra le proprietà fisiche del disastro entropico o antropico (la potenza di un terremoto, la violenza di un uragano, l’entità di un’esplosione, la caduta di un ponte, ecc.) e i fattori psicologici, culturali, sociali ed economici della società colpita. Tale interazione determina l’intensità e il senso della “perdita”.

L’entità del danno dipende anche dalla prossimità con l’evento e dalla resistenza/”resilienza” del sistema.

La resilience (“flessibilità”) è l’“adattamento positivo” come risposta a una situazione avversa, da intendersi sia come condizione di vita sfavorevole sia come evento traumatico inatteso. Va considerata, quindi, come capacità di resistere e superare l’evento traumatico. La “resilienza” attinge la sua forza non solo dalle capacità psichiche dell’individuo singolo ma anche dalle risorse presenti nell’ambiente sociale.

Nonostante i rischi esistenti noi siamo costretti a “fidarci” degli altri, nel caso di specie delle istituzioni, che costruiscono infrastrutture e le gestiscono.

Sul versante sociale è la “fiducia” il vero collante collettivo. Solo facendo affidamento sulla fiducia possiamo creare sicurezza e certezze condivise socialmente.

Ad esempio, quando percorriamo un ponte non ci chiediamo se è stato costruito seguendo le norme vigenti o se è stata fatta una buona manutenzione, lo percorriamo e basta. La “fiducia” implica che molte azioni quotidiane non siano continuamente calcolate, quantificate e verificate ma siano compiute senza stati di ansia.

La mia vicinanza va, oltre alle “vittime dirette”, intese come deceduti e feriti, anche alle “vittime indirette”, ossia, ai componenti delle famiglie delle suddette vittime ed alla società tutta.

 

MARIA GRAZIA DE VIVO
Sociologa esperta in Sociologia dei Disastri